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Dazi USA: il “Liberation Day” di Trump… rischia di pagarlo lui

2 aprile 2025 | 19:52
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Dazi USA: il “Liberation Day” di Trump… rischia di pagarlo lui

Per la prima volta dal Dopoguerra, gli Stati Uniti – architetti del libero mercato – stanno per alzare un muro tariffario generalizzato. Trump cammina su un filo: il rischio è che inciampi o che qualcuno lo tagli

Washington, 2 aprile 2024 – A dispetto della data, non si tratta di un tardivo pesce d’aprile: oggi alle 16:00 ora di Washington (le 22:00 in Italia) Donald Trump annuncerà ufficialmente una raffica di dazi “reciproci” destinati a sconvolgere i mercati. Si preannuncia un annuncio esplosivo, con cui il Presidente intende stravolgere decenni di libero scambio e dare il via a una nuova stagione di protezionismo aggressivo.

“Liberation Day”

La Casa Bianca ha già battezzato simbolicamente questa giornata come il “Liberation Day” del commercio americano. Trump sostiene infatti che gli Stati Uniti vadano “liberati” dalla morsa di partner commerciali che approfittano di dazi USA molto bassi mantenendo invece alte barriere contro il Made in USA. In base al piano “Fair and Reciprocal Trade” anticipato a febbraio, Washington imporrà tariffe identiche a quelle che ogni Paese applica alle merci statunitensi. In altre parole: se l’Unione Europea impone un dazio del 10% su un’auto americana, gli USA risponderanno con un 10% sull’auto europea; se l’India tassa un prodotto agricolo USA al 39%, anche l’equivalente import indiano negli USA subirà il 39%. Trump ha avvertito che “tutti i Paesi” saranno colpiti da questa misura, alleati storici compresi. Allo stesso tempo, con tono provocatorio, ha definito i suoi dazi “relativamente gentili” se paragonati a quelli vigenti altrove. Alle 16:00 (ora locale) i fari saranno puntati sul Rose Garden della Casa Bianca, dove il presidente terrà la conferenza stampa annunciando l’entrata in vigore immediata di queste tariffe “reciproche”. I dettagli del piano – finora rimasti vaghi – verranno finalmente chiariti, segnando il culmine di mesi di escalation.

Il protezionismo di Trump può costare caro… all’America

Lo sfogo protezionista del presidente arriva dopo settimane di mosse aggressive: già a febbraio aveva ordinato dazi straordinari su importazioni dal Canada, dal Messico e dalla Cina, scatenando le prime rappresaglie. In teoria, suona quasi ragionevole; in pratica equivale a una deflagrazione controllata che colpirà in ogni direzione. “Faremo pagare agli altri le stesse tariffe che impongono a noi”, ripete Trump – un mantra che fa eco al suo slogan America First. L’obiettivo dichiarato è duplice: ridurre l’enorme deficit commerciale americano e insieme rilanciare l’industria nazionale, proteggendola dalla concorrenza estera ritenuta sleale. Non solo: la Casa Bianca ha persino ammesso, con candore disarmante, che i proventi extra dei dazi serviranno a finanziare futuri tagli alle tasse per gli americani.

“La miglior invenzione di sempre”

Trump, insomma, idolatra il dazio come panacea economica e strumento di potenza nazionale. Celebre è la sua espressione secondo cui la tariffa doganale sarebbe “la migliore invenzione di sempre” – la chiave magica per risanare deficit, ricostruire l’industria americana e perfino prevenire conflitti bellici. Questa visione, giudicata vetero-protezionista dai suoi critici, torna ora a dominare la politica commerciale USA. Il “Tariff Man” (così Trump si autodefinì in passato) è tornato, e vuole dettare le nuove regole del gioco mondiale. L’impatto simbolico di questa giornata è enorme: per la prima volta dal Dopoguerra, gli Stati Uniti – architetti del sistema di libero scambio globale – stanno per alzare un muro tariffario generalizzato. Trump lo presenta come un atto di giustizia verso l’America dimenticata dalla globalizzazione. Ma molti temono che possa innescare una spirale simile a quella delle guerre commerciali degli anni ’30, quando misure protezionistiche come lo Smoot-Hawley Act provocarono ritorsioni a catena e aggravarono la Grande Depressione.

I settori coinvolti: automotive

Il settore automotive è uno dei fronti più caldi. Trump da tempo tuonava contro il divario tariffario tra Stati Uniti ed Europa sulle automobili: Bruxelles impone un dazio del 10% sulle auto americane importate, mentre Washington tassava solo al 2,5% le auto europee. Una disparità che il presidente considera emblematica di accordi “ingiusti”. Ecco perché ha deciso di alzare drasticamente la posta: ha annunciato un dazio del 25% su tutte le auto e componenti auto di fabbricazione estera, in vigore con le misure del 2 aprile. Una tariffa di tale entità – dieci volte l’attuale sui veicoli europei – rischia di sconvolgere il mercato: secondo il Center for Automotive Research, potrebbe far aumentare il prezzo di un’auto in America di parecchie migliaia di dollari, deprimendo le vendite e causando perdite occupazionali. Il paradosso è che i produttori USA dipendono fortemente da componenti importati: circa la metà dei veicoli venduti ogni anno negli States sono assemblati con una quota significativa (40-50%) di parti estere. Dunque il dazio colpirà anche la filiera locale, aumentando i costi per Detroit. Non a caso, le associazioni di categoria e gli analisti prevedono rincari per i consumatori e possibili tagli occupazionali nell’indotto auto USA.

Di contro, i sindacati dei lavoratori automobilistici (ad esempio la UAW) hanno applaudito la mossa, vedendola come una protezione “finalmente dovuta” all’industria domestica contro la delocalizzazione selvaggia. Nella visione di Trump, il dazio del 25% sui veicoli stranieri dovrebbe spingere le case auto multinazionali a produrre di più in America, pena l’esclusione dal ricco mercato statunitense. Case tedesche come BMW, Mercedes e Volkswagen – che ogni anno esportano negli USA centinaia di migliaia di vetture – si trovano ora in allarme rosso: o assorbiranno parte del costo tagliando i margini, o dovranno alzare sensibilmente i prezzi per i clienti americani. In entrambi i casi, le loro quote di mercato negli States potrebbero erodersi. Non va dimenticato che gli USA restano un mercato chiave per l’auto europea (basti pensare alle sportive italiane o ai SUV tedeschi amatissimi Oltreoceano). Uno scenario di dazi permanenti potrebbe costare caro anche all’industria europea, con possibile calo di produzione e esuberi di lavoratori nelle fabbriche orientate all’export USA. I grandi produttori asiatici (Giappone, Corea) non sono messi meglio: anche Toyota, Honda, Hyundai vedranno i loro modelli rincarare pesantemente in America. Questa guerra tariffaria sull’auto colpisce dunque cuori industriali di molte nazioni alleate. A fine marzo, l’annuncio di Trump ha già fatto tremare le borse e i titoli automobilistici europei – segno che il settore percepisce il rischio di una crisi imminente.

Settore agroalimentare. Made in Italy in ginocchio?

Un altro fronte critico è l’agroalimentare, da sempre terreno di contesa tra USA ed Europa. Trump accusa partner come l’UE e l’India di proteggere eccessivamente i propri mercati agricoli. In effetti l’UE applica dazi elevati su diversi prodotti agroalimentari sensibili (formaggi, carni, zucchero, ecc.) per difendere i propri agricoltori. Gli Stati Uniti, dal canto loro, hanno tradizionalmente tariffe più basse su molti alimenti, puntando piuttosto su altre barriere (standard sanitari, ecc.). Con i dazi “reciproci”, Washington intende ripagare con la stessa moneta: ad esempio, se l’Europa tassa il 30% un prodotto agricolo americano, anche lo stesso prodotto europeo sarà gravato da un 30% all’ingresso negli USA. Vini, formaggi, salumi, pasta, olio d’oliva e altre eccellenze del Made in Italy ed europeo rischiano così di diventare molto più costosi sulle tavole americane, perdendo competitività. Coldiretti e le associazioni di categoria europee hanno lanciato l’allarme: esportatori di vino italiano, parmigiano reggiano, prosecco, olio toscano e molti altri prodotti iconici potrebbero vedere sfumare quote di mercato costruite in anni di sforzi. Si stima ad esempio che le esportazioni agroalimentari italiane negli USA potrebbero calare fino al 16% in valore sotto la nuova ondata di dazi, un colpo durissimo per un settore già provato da dazi pregressi (come quelli del 2019 nella disputa Airbus-Boeing).

Acciaio e alluminio

Trump ha inaugurato la sua offensiva tariffaria già a metà marzo reintroducendo un dazio del 25% su acciaio e 10% sull’alluminio importati da tutti i paesi, inclusi gli alleati europei. Si tratta in realtà di un revival delle tariffe già viste nel 2018, stavolta senza più “sconti” per nessuno. L’acciaio è stato dichiarato dal presidente settore strategico per la sicurezza nazionale, giustificando così l’uso di dazi punitivi. Per l’Europa è un déjà vu amaro: nel 2018 l’UE era insorta contro le tariffe su acciaio/alluminio, varando immediate contromisure. Anche stavolta, Bruxelles ha reagito: dal mese di aprile entrano in vigore contro-dazi europei su 28 miliardi di dollari di prodotti americani, calibrati per colpire settori sensibili per gli USA. I produttori siderurgici europei (dalla Germania all’Italia) perdono così competitività sul mercato USA e rischiano di venire soppiantati da fornitori nazionali o di paesi non colpiti. Intanto, però, le imprese americane utilizzatrici di acciaio (dall’automotive alle costruzioni) vedono aumentare il costo delle materie prime. Chi paga davvero il dazio sull’acciaio? Gli analisti concordano: a pagarlo sono principalmente gli importatori e gli utilizzatori finali negli Stati Uniti. Nel 2018, ad esempio, l’aumento del costo dell’acciaio in USA fece lievitare i prezzi per molte industrie manifatturiere e ridusse i margini di profitto. Studi economici hanno evidenziato come il costo dei dazi su acciaio e alluminio sia stato scaricato quasi interamente a valle, su imprese e consumatori americani, con benefici molto modesti per l’occupazione nei settori protetti. È plausibile attendersi un copione analogo nel 2025: qualche altoforno in Ohio e Pennsylvania potrà produrre un po’ di più beneficiando della protezione, ma i settori a valle negli USA subiranno un aumento dei costi di input, che potrebbe tradursi in tagli di personale o prezzi finali più alti.

Tecnologia

Nel mirino di questa ondata protezionista c’è anche il vasto comparto tecnologico, sebbene in modo più indiretto. Trump vede i dazi come un’arma per difendere la leadership tecnologica americana, soprattutto nei confronti della Cina. Sin dal suo primo mandato ha invocato misure contro l’industria hi-tech cinese, accusata di furto di proprietà intellettuale e di avanzare grazie a massicci sussidi statali. Nel 2018-2019 impose tariffe su componenti elettronici e prodotti high-tech cinesi (dai semiconduttori ai droni), nel tentativo di frenare Beijing. Oggi, tornato al potere, ha rincarato la dose: ha alzato al 20% i dazi su un’ampia gamma di beni tecnologici “made in China”. Pechino ha replicato colpendo settori chiave USA come l’export di macchinari industriali e alcune apparecchiature ad alta tecnologia. Questa dinamica di tecno-guerra commerciale tra le due superpotenze rischia di accentuarsi e trascinare anche l’Europa. Se infatti gli USA applicheranno “dazi reciproci” sulla tecnologia anche verso Paesi europei (magari in risposta a tasse digitali o regolamentazioni UE sui big tech), potremmo assistere a contrasti transatlantici sul digitale. Bruxelles ha ventilato l’ipotesi di misure mirate contro i colossi tecnologici americani in caso di escalation: servizi digitali, banche e Big Tech potrebbero finire nel mirino delle contromisure UE, ha avvertito la Commissione. Immaginiamo ad esempio una tassa o restrizione sui servizi di aziende come Google, Amazon o Facebook in Europa come ritorsione indiretta. Uno scenario del genere aprirebbe un nuovo fronte, con implicazioni enormi.

Nel breve termine, l’impatto più tangibile nel settore tech sarà l’aumento dei costi lungo la filiera globale: molte aziende high-tech americane assemblano i loro prodotti in Asia o importano componenti chiave (chip, batterie, hardware) da Cina, Taiwan, Corea. I dazi su queste importazioni significano dispositivi elettronici più cari per i consumatori americani e potenzialmente ritardi nell’innovazione, poiché le aziende dovranno riorganizzare le catene di fornitura. Allo stesso tempo, l’Europa teme che eventuali barriere USA colpiscano le sue aziende tecnologiche emergenti o i settori dove è competitiva (ad es. macchinari industriali avanzati, robotica, aerospazio). Va ricordato che anche la farmaceutica e il settore aeronautico sono citati tra quelli potenzialmente coinvolti – comparti dove UE e USA competono testa a testa. Ad esempio, Boeing e Airbus sono stati al centro di dispute tariffarie reciproche nel recente passato; con la dottrina Trump 2.0, un nuovo contenzioso potrebbe riesplodere. In sintesi, l’ombra lunga dei dazi “reciproci” si proietta anche sui settori ad alto contenuto tecnologico, minacciando di frammentare ulteriormente il già teso panorama delle supply chain globali post-pandemia.

Trump rischia tutto

In definitiva, l’annuncio odierno dei dazi “reciproci” di Trump è un atto tanto provocatorio quanto carico di conseguenze. Nell’immediato, getta benzina sul fuoco di tensioni commerciali già incandescenti. Nel lungo termine, potrebbe ridisegnare le mappe delle alleanze economiche e testare la resilienza del sistema globale, compreso quello americano (gravato dall’inflazione). La “liberazione” di cui parla Trump rischia di tramutarsi in una pericolosa liberazione di forze protezionistiche e nazionalistiche tenute in scacco per decenni. Oggi quel futuro appare appeso a un filo, sul quale Trump, con la sua consueta spavalderia, ha appena iniziato a camminare ma su cui rischia d’inciampare. O che qualcuno, quel filo, lo tagli. (Foto: Instagram @whitehouse)

*Lorenzo Contigliozzi – corrispondente dagli Stati Uniti.

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