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Dazi di “liberazione”: i mercati fiutano la guerra commerciale

3 aprile 2025 | 20:06
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Dazi di “liberazione”: i mercati fiutano la guerra commerciale

Colpire con tariffe del 10-20-30% ogni bene importato significa che una miriade di prodotti – dagli elettrodomestici all’elettronica di consumo, dai componenti industriali fino ai beni di largo consumo quotidiano – costeranno di più per aziende e consumatori americani

Washington, 3 aprile 2025 – Donald Trump ha proclamato il 2 aprile 2025 come il “Giorno della Liberazione” del commercio americano, annunciando l’imposizione di dazi doganali “reciproci” contro praticamente tutti i partner commerciali degli Stati Uniti. In concreto, il presidente ha firmato un ordine esecutivo che dichiara un’emergenza nazionale in ambito commerciale (invocando l’International Emergency Economic Powers Act del 1977) e introduce una nuova ondata di tariffe sulle importazioni verso gli USA. I punti chiave del provvedimento sono:

Tariffa base del 10% su tutte le importazioni: a partire dal 5 aprile 2025 ogni merce che entra negli Stati Uniti sarà gravata da un dazio del 10%. Questa aliquota minima vale per qualunque Paese esporti negli USA, come misura generale per “pareggiare” il campo di gioco. Trump l’ha presentata come l’applicazione della “golden rule” commerciale: “trattateci come noi trattiamo voi”.

Dazi “reciproci” aggiuntivi per i Paesi con squilibri maggiori: dal 9 aprile 2025 scatteranno tariffe superiori alla base del 10% per quelli che Trump definisce i “worst offenders”, ossia le nazioni con cui gli Stati Uniti registrano i maggiori deficit commerciali o che impongono dazi elevati ai prodotti americani. La logica dichiarata è di applicare dazi pari al 50% del livello di barriere tariffarie che, secondo Washington, ciascun Paese impone verso le merci made in USA. In altre parole, gli Stati Uniti rispondono facendo pagare “la metà” di quanto (a loro avviso) subiscono: “Gli USA imporranno la metà dei dazi […] che gli altri Paesi impongono a noi”.

Settori merceologici coinvolti: l’offensiva protezionista di Trump è ampia e colpisce trasversalmente quasi tutti i beni importati. Sono tuttavia esclusi da questi dazi “reciproci” alcuni prodotti strategici già soggetti ad altri regimi tariffari o considerati critici. In particolare acciaio, alluminio, automobili e componenti auto – già colpiti da tariffe ad hoc (25% su acciaio e alluminio fin dal 2018, 25% sulle auto straniere introdotto contestualmente all’annuncio) – non rientrano nell’elenco dei nuovi dazi reciproci. Inoltre, materie prime come alcuni minerali, energia non prodotta internamente, prodotti farmaceutici e semiconduttori sono esentati per motivi di sicurezza nazionale e catene di approvvigionamento. Per i vicini Canada e Messico, vincolati dall’accordo USMCA, il trattamento rimane preferenziale: i beni conformi all’accordo restano a dazio zero, mentre quelli fuori accordo avranno una tariffa del 25% (potenzialmente ridotta al 12% se decadessero le attuali misure emergenziali legate ad altre dispute).

I Paesi colpiti

Nessuno viene risparmiato dall’offensiva commerciale americana. Il decreto elenca una sessantina di nazioni con la rispettiva tariffa “personalizzata” oltre il 10% base. Tra le principali destinatarie figurano l’Unione Europea, a cui saranno applicati dazi del 20% (Trump ha sottolineato come l’UE mantenga dazi elevati e un’IVA al 20%, definendola una “barriera commerciale enorme” e sostenendo che gli USA finora hanno imposto solo il 2,5% sulle auto straniere a fronte di oltre il 10% europeo). Il Regno Unito viene “graziato” con un’aliquota dimezzata (solo 10% sulle merci britanniche, metà di quella imposta agli altri europei). La Cina, bersaglio primario di Trump già dalla sua prima presidenza, subirà un dazio del 34%. A seguire una serie di economie asiatiche ed emergenti accusate di aver “saccheggiato” l’America: il Vietnam vedrà il 46%, Taiwan il 32%, India il 26%, Cambogia addirittura il 49%. Alcuni alleati tradizionali vengono colpiti anch’essi: il Giappone avrà un dazio del 24%, la Svizzera il 31%, il Sudafrica il 30%, il Brasile il 10%. Persino partner europei minori e piccoli Paesi in via di sviluppo rientrano nella rete dei dazi reciproci. L’unica grande assente nella lista è la Russia, esplicitamente esclusa perché – ha affermato Trump – “non abbiamo relazioni commerciali con loro” (un chiaro riferimento alle sanzioni già in atto e al minimo storico degli scambi USA-Russia).

Mercati globali in fibrillazione: borse giù, valute e beni rifugio in allerta

L’annuncio shock dei dazi “reciproci” ha immediatamente scosso i mercati finanziari di tutto il mondo, alimentando timori di una guerra commerciale globale e di un conseguente shock recessivo. Le Borse principali hanno reagito con ribassi marcati e forte volatilità, scontando l’incertezza sul futuro degli scambi internazionali. In Europa, già nelle ore precedenti all’annuncio ufficiale, gli indici registravano cali significativi: lo STOXX 600 (pan-European) ha chiuso in flessione di circa -1,7%, toccando i minimi da quasi due mesi. Le piazze di Francoforte, Parigi e Londra hanno ceduto tra l’1% e il 2%, con vendite concentrate sui settori più esposti al commercio mondiale (industriali, automobilistici, tecnologici). A Milano il FTSE MIB ha perso circa -0,9% già in giornata, riflettendo la stessa tensione diffusa.

A Wall Street, la reazione è stata altrettanto negativa: i futures sugli indici americani sono precipitati appena sono trapelate le notizie sui dazi. Prima ancora dell’apertura successiva, i contratti anticipavano forti vendite: il Nasdaq (mercato tech più sensibile) in calo di oltre -2,4%, lo S&P 500 a -1,5% e il Dow Jones intorno a -0,8%. In Asia, dove la nottata di contrattazioni ha coinciso con il caos dell’annuncio, si è assistito a veri scossoni: la Borsa di Tokyo (Nikkei) ha guidato il crollo con un tonfo di -4,1% (minimi da sei mesi), penalizzata soprattutto dal tracollo dei titoli delle case automobilistiche giapponesi – immediata vittima designata del nuovo dazio 25% sulle auto imposto da Trump. L’onda d’urto si è propagata in tutta l’Asia-Pacifico, con l’indice MSCI regionale giù del -1,9%. In sintesi, i listini globali hanno vissuto una giornata da “codice rosso”, segnalando il deflagrare di una nuova fase di rischio protezionistico.

Il rischio del maxi-contraccolpo interno

I dazi generalizzati sono un’arma a doppio taglio. Se da un lato possono offrire un po’ di respiro ad alcuni settori produttivi nazionali soffocati dalla concorrenza estera (industria automobilistica e siderurgica, per esempio, che infatti applaudono Trump), dall’altro fanno inevitabilmente lievitare i prezzi interni. Colpire con tariffe del 10-20-30% ogni bene importato significa che una miriade di prodotti – dagli elettrodomestici all’elettronica di consumo, dai componenti industriali fino ai beni di largo consumo quotidiano – costeranno di più per aziende e consumatori americani. L’inflazione è destinata a salire, erodendo il potere d’acquisto delle famiglie. La stessa presidente della BCE Christine Lagarde ha avvertito che “milioni di cittadini dovranno fare i conti con un aumento dei costi. I farmaci costeranno di più, così come i trasporti. L’inflazione salirà” – e questo danneggerà prima di tutto i più vulnerabili, ovunque. In sostanza, Trump rischia di imporre una “tassa occulta” sui consumatori americani, proprio mentre proclama di volerli difendere. (Foto: Instagram @whitehouse)

*Lorenzo Contigliozzi – corrispondente dagli Stati Uniti.

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